La Apple si è opposta all’ordine della Corte federale statunitense di sbloccare l’iPhone di uno degli attentatori della strage di dicembre di San Bernardino in California, costata la vita a 14 persone e riconducibile a matrice terroristica. Google, Facebook, Microsoft, Whatsapp, Twitter e altri big del settore si sono subito schierati con Apple, e da qui ne è nato un caso e un dibattito internazionale perché ci sono implicate questioni che riguardano interessi in contrasto tra di loro, come la sicurezza e la privacy dei cittadini, come anche motivazioni economiche e reputazionali delle aziende e degli Stati in causa.

Il motivo del contendere trascende dunque il caso giudiziario in questione e diventa di pubblico interesse: da un lato la Apple e la Silicon Valley, decise a difendere, insieme al proprio brand, la riservatezza dei dati dei clienti, garantita dal 2014 da sistemi di cifratura inviolabili perfino dagli stessi produttori; dall’altro la Casa Bianca e la sua ragion di Stato, che chiede la forzatura dei codici di criptatura per ragioni investigative.

Apple dal 2014 garantisce la privacy ai suoi clienti con dei sistemi di cifratura inviolabili perfino dagli stessi produttori, e per sbloccare quell’ iPhone dovrebbe elaborare un software che disattivi o scarti i sistemi di protezione e sicurezza dell’iPhone, e questo metterebbe a rischio tutti i dispositivi di tutti i clienti, perché sarebbe un meccanismo facile da ripetere. D’altronde, alcune carte di tribunale appena diffuse hanno rivelato che l’FBI aveva già fatto richieste simili ad Apple in altri nove casi. In difesa della scelta di Apple si dichiarano per questo anche Amnesty International e l’Onu. D’altra parte, innegabili sono anche gli interessi anche economici della Apple in questa vicenda: la società di Cupertino ha fatto della sicurezza dati uno dei principali obiettivi della propria politica commerciale e della propria immagine.  Di certo è che la Apple, martedì primo marzo, ha incassato una prima vittoria giudiziaria, su un caso analogo, dove un giudice federale di New York ha stabilito che il Dipartimento di Giustizia non poteva obbligare la multinazionale a sbloccare un iPhone di uno spacciatore, mentre in Italia  proprio in questi giorni, raggirando il problema, il Tribunale di Milano ha disposto e ottenuto, senza coinvolgere Apple, lo sblocco dell’iPhone 5 di Alexander Boettcher, il broker accusato di una duplice aggressione con l’acido ai danni degli ex della sua amante, Martina Levato.  Si tratta però di una versione di smartphone meno aggiornata e protetta, e quindi più vulnerabile. Al di là di quello che deciderà la Suprema Corte, il caso Apple-FBI si pone dunque come un importante banco di prova per iniziare a riflettere sul confine da tracciare tra la necessità di tutelare la nostra sicurezza e il diritto alla riservatezza e segretezza dei nostri dati sensibili.